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Arte Svelata

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Blog di Giuseppe Nifosì

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I mari e i cieli di Cézanne

Versione audio: Paul Cézanne (1839-1906) è stato uno dei più importanti pittori del XIX secolo. La sua vicenda umana e artistica incrociò la strada degli impressionisti, cui normalmente viene accostato. In verità, Cézanne non fu mai un vero impressionista. Possiamo dire che nella storia di questo movimento si possono individuare ben due figure per certi versi anomale: una è quella di Manet, il quale fu molto vicino agli impressionisti, per amicizia e (almeno in parte) per unità d’intenti ma che non si considerò mai un impressionista; l’altra è quella di Cézanne, che fece parte ufficialmente del gruppo senza, di fatto, condividerne finalità e obiettivi. I quadri di Cézanne non riprodussero mai ciò che gli occhi dell’artista vedevano ma proposero una sua personale interpretazione della realtà. Si tratta quindi di opere all’apparenza bizzarre e sconcertanti, in realtà concettualmente assai complesse, che prendono le distanze dall’accademismo e, nel contempo, dalla cosiddetta rivoluzione impressionista: opere che lasciavano disorientato il pubblico e che indignavano la critica ben più dei quadri “dal vero” degli amici di Cézanne. Ma, come ha scritto un grande storico dell’arte del XX secolo, Ernst Gombrich, se «non stupisce che le pitture di Cézanne siano state da principio derise come pietose croste, non è difficile però scoprire la ragione di questa goffaggine. Cézanne aveva deciso di non accettare per dato nessun metodo pittorico tradizionale, ha voluto ricominciare daccapo, come se non fosse esistita pittura prima di lui». La prima esposizione collettiva Fu Pissarro che, nel 1874, lo invitò a partecipare alla prima esposizione collettiva del gruppo impressionista, organizzata nello studio di Nadar. In quella occasione, Cézanne espose tre tele. A questa prima mostra impressionista, le sue opere ricevettero un’accoglienza molto negativa. In effetti, la pittura di Cézanne si configurò subito come assai diversa da quella, già di per sé rivoluzionaria, di Monet e Renoir. Dagli amici impressionisti, Cézanne aveva imparato a dipingere en plein air e a ricercare la massima luminosità dei colori: l’esperienza impressionista, tuttavia, rappresentò per lui solo l’inizio di una tormentata ricerca personale. Cézanne saltò la seconda mostra degli impressionisti, tenuta nel 1876; partecipò invece alla terza mostra impressionista, nel 1877, presentando sedici dipinti. Anche in questa seconda occasione ottenne la più totale disapprovazione dei critici, pure di quelli più clementi nei confronti del movimento impressionista, e persino gli altri pittori del gruppo si dimostrarono molto tiepidi nei suoi confronti. Tale risultato fallimentare spinse l’artista a cercare spesso rifugio ad Aix o a l’Estaque (un piccolo villaggio di pescatori che si affaccia sul Golfo di Marsiglia, in Provenza), dove decise di intraprendere, solitario, una strada che progressivamente lo avrebbe allontanato dall’Impressionismo. L’Estaque e altri paesaggi Tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta, la pittura di Cézanne subì una profonda trasformazione. I suoi dipinti cominciarono a caratterizzarsi per una tavolozza più chiara, per l’adozione di pennellate brevi e oblique, per l’uso costante delle linee di contorno e soprattutto per la continua ricerca di espressione volumetrica che si risolve nel rigore geometrico e nella semplicità monumentale. Questo cosiddetto periodo costruttivo ebbe inizio con una serie di dipinti realizzati all’Estaque. Al mare e alle case del borgo, Cézanne dedicò molte tele. In L’Estaque, del 1878-79, la natura è riprodotta con un linguaggio lontanissimo da quello impressionista. La tavolozza è ridotta a pochi colori complementari (rosso-verde, giallo-azzurro), densi e profondi, stesi a pennellate parallele. Il disegno è marcato, quasi assente il chiaroscuro, l’immagine è bidimensionale e priva di effetto prospettico: il mare sembra infatti elevarsi in verticale,

3 MIN2 d ago
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I mari e i cieli di Cézanne

Il ritratto romano imperiale

Versione audio: Nell’antica Roma, nell’ambito dell’ambizioso programma di promozione dell’immagine imperiale, la ritrattistica ufficiale assunse un ruolo a dir poco determinante, rientrando in una vera e propria strategia di comunicazione politica. In epoca romana, infatti, i ritratti di uomini di Stato, e soprattutto degli imperatori, rispettavano specifiche indicazioni stilistiche, rientrando in una “campagna di comunicazione” a tutti gli effetti. Ritratto romano imperiale. I ritratti di Augusto Abbiamo ritrovato oltre 120 ritratti di Cesare Ottaviano Augusto e certamente furono molti di più quelli diffusi, ai suoi tempi, in ogni angolo dell’impero, al chiuso come all’aperto, in statue di bronzo e marmo, su monete, camei, gemme preziose, tavole lignee, vasi, armi e utensili. L’imperatore era e doveva essere onnipresente. Sono talmente tanti, questi ritratti di Augusto, che gli studiosi hanno cercato di classificarli in vari modi, basandosi, per esempio, sul cambiamento della fisionomia del volto oppure sull’evoluzione della capigliatura e sulla disposizione dei riccioli. I busti marmorei di Augusto, realizzati prima che questi diventasse imperatore, ancora rappresentano l’immagine di un uomo vitale e ambizioso, dal volto scarno e magro, i tratti irregolari, gli occhi piccoli, il mento stretto e appuntito, i capelli ricci e spettinati spostati su un lato, imbronciato e dall’aria inquieta. La mascella contratta, la fronte leggermente aggrottata, così come le sopracciglia, indicano tutta la tensione nervosa nel giovane. Questi ritratti, molto probabilmente, mostrano ancora il suo vero aspetto, quello di un ragazzo che voleva cambiare la Storia, come Augusto medesimo ricorda: «A 19 anni, di mia iniziativa e con spesa privata, misi insieme un esercito, con il quale vendicai la Repubblica oppressa nella libertà dalla dominazione di una fazione» (Res Gestae Divi Augusti I,1). Ritratto romano imperiale. Questa rappresentazione è ben diversa da quella del mite e saggio imperatore che i ritratti ufficiali avrebbero propagandato di lì a poco nei territori dell’impero. I ritratti di Augusto sono infatti il risultato di un’operazione d’immagine assai accorta. Grazie all’aria distaccata, autorevole, idealizzata, eroica della sua figura, Augusto si identificò con la forza, la stabilità e l’efficacia militare di Roma stessa. D’altro canto, la maggior parte del popolo romano conobbe l’imperatore soltanto attraverso tali ritratti ufficiali. L’Augusto di Prima Porta L’Augusto loricato (vestito della lorìca, la ‘corazza’) più noto come Augusto di Prima Porta dal luogo del ritrovamento, è un emblematico esempio d’immagine del sovrano adeguata al nuovo ruolo che l’imperatore si era costruito. Il braccio destro è alzato nel tipico gesto dell’adlocutio, mentre arringa i suoi soldati; la mano sinistra invece manteneva il bastone, simbolo di regalità. Il modello di riferimento per questo ritratto è palesemente il Dorìforo di Policleto, sebbene Augusto sia presentato frontalmente, in una posizione più consona a rappresentare il potere imperiale. Ritratto romano imperiale. Augusto appare come un uomo calmo e sereno, sicuro di sé ma senza esagerazione, anzi saggio e riflessivo. Un uomo forte, deciso e consapevole, che sembra portare sulle sue spalle tutte le preoccupazioni del mondo. Il volto, intenso e solenne, è ancora somigliante ma idealizzato ad arte, in modo da far apparire l’imperatore senza età, nonostante i suoi 36 anni, con tratti somatici che rasentano la perfezione. La corazza, decorata con raffinate immagini simboliche e allegoriche, esalta la bellezza di un corpo muscoloso. La statua, un tempo, era molto diversa da come ci appare oggi: i particolari del viso erano sottolineati da vivaci colori, i capelli e i personaggi a rilievo sulla corazza bianca erano dipinti di azzurro e rosso, mentre il manto era una cascata di rosso porpora. Ritrattistica e propaganda

12 MIN2 d ago
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Il ritratto romano imperiale

I San Sebastiano di Mantegna, Perugino e Antonello

Versione audio: Mantegna, Perugino e Antonello da Messina furono tre grandi maestri del Rinascimento italiano. Ammiratissimi ai loro tempi, svilupparono stili molto differenti, a dimostrazione del fatto che il Rinascimento non può in alcun modo considerarsi una stagione artistica segnata da uniformità di intenti e di risultati. Il confronto di un soggetto affrontato dai tre artisti e molto amato a quei tempi, ossia il San Sebastiano, soldato romano, martire del primo cristianesimo ucciso dalle frecce dei suoi commilitoni, ci offre l’occasione per verificarlo. Il San Sebastiano di Mantegna Il San Sebastiano, oggi al Louvre, è un grande capolavoro dipinto nel 1481 da Andrea Mantegna (1431-1506). Il quadro raffigura il santo (trafitto da parte a parte) con il volto contratto in una smorfia di dolore e il corpo percorso da una terribile tensione. Ogni particolare è delineato attraverso contorni netti e precisi: le rughe che gli segnano il volto, i rilievi delle ossa e dei muscoli, ...

5 MIN1 w ago
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I San Sebastiano di Mantegna, Perugino e Antonello

Silvestro Lega

Versione audio: Silvestro Lega (1826-1895) è stato uno dei più autorevoli esponenti del gruppo dei macchiaioli, in Toscana. Romagnolo, si trasferì a Firenze a diciassette anni, per frequentare l’Accademia di Belle Arti, dove acquisì una solida preparazione classicistica. Le sue prime opere furono a soggetto storico-religioso. La frequentazione del Caffè Michelangelo e la conoscenza dei macchiaioli lo convinsero a convertirsi alla pittura del vero. Nel 1861, Lega si trasferì nella campagna di Piagentina, piccola località alle porte di Firenze, ospite di Spirito Batelli, un ricco borghese fiorentino. Le opere di quegli anni sono un tenero, malinconico omaggio alla tranquillità della vita quotidiana. L’artista vi esaltò poeticamente i valori coloristici, filtrò le impressioni della luce in una forma asciutta e definita, descrisse episodi di vita borghese, ponendo l’accento sulla tenerezza degli affetti familiari. La trilogia degli affetti A Piagentina, Lega produsse tre gr...

4 MIN1 w ago
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Silvestro Lega

La facciata di Santa Maria Novella a Firenze di Alberti

Versione audio: Fra il 1439 e il 1442 la famiglia fiorentina dei Rucellai commissionò al grande architetto rinascimentale Leon Battista Alberti (1404-1472) il completamento della facciata di Santa Maria Novella, che tuttavia fu iniziato solo nel 1458. Dialogare con il Medioevo La facciata della vecchia chiesa gotica era rimasta incompiuta nel XIV secolo; Alberti quindi dovette conciliare il suo progetto con la preesistenza della parte inferiore, già occupata da nicchie-sepolcro e in parte rivestita a tarsie marmoree bianche e verdi, secondo la tradizione romanico-gotica fiorentina. Anche i tre portali e l’ampio rosone circolare erano già stati aperti e dimensionati; l’aspetto della facciata era infine condizionato dai livelli delle navate retrostanti. La proposta albertiana La facciata di Santa Maria Novella, secondo il progetto albertiano, presenta una soluzione innovativa. Ordini architettonici classici sono posti su un doppio livello e il prospetto si conclude con un fronton...

3 MIN2 w ago
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La facciata di Santa Maria Novella a Firenze di Alberti

Il ritratto romano repubblicano

Versione audio: L’arte del ritratto fu l’espressione figurativa più originale dell’età di Roma repubblicana. Per il suo carattere sostanzialmente privato, legato al culto dei valori familiari, essa risultò particolarmente congeniale al patriziato romano, che era piuttosto incline alla concretezza, rispettoso del valore individuale e poco propenso alle idealizzazioni. Ritratto romano repubblicano. I volti rappresentati sono resi con minuziosa precisione; sembra quasi che i patrizi dell’antica Roma si compiacessero nel mostrare le facce rugose e le teste calve dei loro illustri parenti, come a volerne celebrare la virtus eminentemente contadina, lo spessore morale alimentato da una vita austera. I busti-ritratto Il cosiddetto Busto repubblicano di Boston, uno dei pochi in terracotta giunti fino a noi, ci mostra, per esempio, un uomo di età matura, dai tratti decisi e l’espressione fiera, di chi è ben consapevole del proprio valore e della propria posizione sociale. Nel celeb...

6 MIN2 w ago
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Il ritratto romano repubblicano

Orazio Gentileschi

Versione audio: Il ritorno al dato naturale come fonte di ispirazione, sviluppatosi sull’esempio di Michelangelo Merisi, il Caravaggio, segnò un importante filone della pittura seicentesca. Durante il secondo decennio del XVII secolo, un vero stuolo di suoi seguaci accorse a Roma dal resto d’Italia, dalle Fiandre e dalla Francia per studiare i suoi “quadri da stanza” e soprattutto le sue pale d’altare; erano così in tanti che il Mancini, collezionista d’arte e noto conoscitore della pittura barocca, si dichiarò incapace di fornirne un decoroso censimento: «molti franzesi e fiammenghi che vanno e vengono, non li si puol dar regola». Orazio Gentileschi. Da Roma, questi artisti avrebbero poi divulgato il linguaggio caravaggesco nelle loro zone di origine. Al “pittore maledetto” guardarono, infatti, anche grandissimi maestri della pittura, come Velázquez, Rembrandt e Vermeer. I caravaggisti L’attenzione per la pittura di Caravaggio fu, insomma, così intensa e diffusa da ...

10 MIN2 w ago
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Orazio Gentileschi

Dai volti cicladici a Brâncus͕i

Versione audio: Migliaia di anni fa, nell’Arcipelago delle Cicladi, nel Mar Egeo (la parte orientale del Mediterraneo), si affermò una civiltà detta, appunto, cicladica. Fu ricca, di marmo, di rame, di ossidiana; fu fiorente e pacifica. Poi sparì, quasi senza lasciare traccia. Ce ne restano, a ricordo, alcuni misteriosi idoletti, realizzati con un linguaggio talmente arcaico, remoto e astruso da risultare magnetico. Statuette, dicevamo, caratterizzate da pochi e significativi elementi, molto stilizzate eppure immediate, efficacissime. Il loro scopo sembra essere quello di proiettare il mondo divino nel mondo terreno e dunque di confondere l’immagine del dio con quella umana. Un dio che è uomo senza esserlo, un uomo che vorrebbe essere dio senza diventarlo. Dai volti cicladici a Brâncus͕i. A cosa servissero queste sculturine, quindi, non sappiamo: a proteggere i defunti, probabilmente, e accompagnarli nell’aldilà. Donne nude con le mani sul ventre, musicisti, cacciatori e g...

4 MIN2 w ago
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Dai volti cicladici a Brâncus͕i

Regate ad Argenteuil di Monet

Versione audio: Argenteuil era una rinomata città raggiungibile da Parigi via treno dove sin dal 1850 si svolgevano regate sul fiume che attiravano folle di turisti e curiosi. Il grande maestro impressionista Claude Monet (1840-1926) visse e lavorò ad Argenteuil dal dicembre 1871 al 1878. In questo periodo egli dipinse circa 170 tele, metà delle quali ha come soggetto paesaggi o eventi sportivi ambientati sulla riva della Senna. Nel 1872, quindi due anni prima della nascita ufficiale della corrente impressionista, Monet realizzò una tela che ritrae proprio una di queste regate. Regate ad Argenteuil Il quadro Regate ad Argenteuil già presenta tutte le caratteristiche dell’Impressionismo nascente. Prima di tutto, esso fu dipinto sulle rive del fiume, all’aria aperta e nella luce naturale. I colori racchiusi nei tubetti di stagno, da poco inventati, e il cavalletto portatile consentivano infatti a Monet, e agli altri pittori Impressionisti, di lavorare direttamente sul posto. L...

3 MIN3 w ago
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Regate ad Argenteuil di Monet

Il Pollaiolo

Versione audio: Antonio Benci (1431-1498), detto il Pollaiolo poiché figlio di un venditore di pollame, fu certamente una delle figure più interessanti della seconda generazione di artisti fiorentini del Quattrocento. Pittore, scultore, orafo e incisore, si avvalse spesso della collaborazione del fratello Piero (1443 ca.-1496). Erede del plasticismo di Donatello e di Andrea del Castagno, pittore molto attivo a Firenze nella prima metà del secolo, Pollaiolo abbandonò in parte il rigore del metodo prospettico brunelleschiano-masaccesco, preferendo esercitarsi sullo sviluppo dinamico della linea, attraverso la quale amò definire i volumi delle sue figure. Le Fatiche di Ercole I suoi principali capolavori furono le tre grandi tele con le Fatiche di Ercole dipinte per la sala grande di Palazzo Medici poco dopo il 1460, su commissione di Piero il Gottoso (padre di Lorenzo dei Medici). Queste tele sono andate purtroppo perdute alla fine del Cinquecento ma ne resta il ricordo in due ta...

3 MIN3 w ago
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Il Pollaiolo

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I mari e i cieli di Cézanne

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Regate ad Argenteuil di Monet

Il Pollaiolo

Versione audio: Antonio Benci (1431-1498), detto il Pollaiolo poiché figlio di un venditore di pollame, fu certamente una delle figure più interessanti della seconda generazione di artisti fiorentini del Quattrocento. Pittore, scultore, orafo e incisore, si avvalse spesso della collaborazione del fratello Piero (1443 ca.-1496). Erede del plasticismo di Donatello e di Andrea del Castagno, pittore molto attivo a Firenze nella prima metà del secolo, Pollaiolo abbandonò in parte il rigore del metodo prospettico brunelleschiano-masaccesco, preferendo esercitarsi sullo sviluppo dinamico della linea, attraverso la quale amò definire i volumi delle sue figure. Le Fatiche di Ercole I suoi principali capolavori furono le tre grandi tele con le Fatiche di Ercole dipinte per la sala grande di Palazzo Medici poco dopo il 1460, su commissione di Piero il Gottoso (padre di Lorenzo dei Medici). Queste tele sono andate purtroppo perdute alla fine del Cinquecento ma ne resta il ricordo in due ta...

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