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Misteri e Leggende

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Tradizioni orale, aneddoti reali, fantasia umana e memoria storica ci rivelano l’identità di un popolo e del suo territorio. Un viaggio attraverso i miti e le leggende, brani tratti dai libri Miti Misteri e leggende del Veneto, Storie Miti e Leggende della Toscana, Miti e Misteri della Liguria, Guida ai luoghi della Treviso misteriosa. © Editoriale Programma -Editoriale Programma è una casa editrice trevigiana, specializzata nella pubblicazione di libri di saggistica, storia, arte e cultura locale.© Editoriale ProgrammaScarica l'app Loquis per iOS e Android

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La nascita del Giglio

Il Giglio è un’isoletta, di 24 km quadrati, comune a sé stante, nella provincia di Grosseto. Insieme alle altre sei isole (Elba, Capraia, Montecristo, Pianosa, Gorgona e Giannutri) forma l’Arcipelago Toscano. E proprio rispetto a questa caratteristica, dalla notte dei tempi, si tramanda una leggenda sulla sua nascita. Si racconta che la dea Venere stesse facendo il bagno nelle meravigliose e cristalline acque del Mar Tirreno. Ma nell’uscire dall’acqua, dalla collana che le aveva regalato Paride si sfilarono sette perle, ognuna delle quali andò a formare un’isola dell’Arcipelago Toscano. E guardando le isole dall’alto, sembra proprio di vedere una collana di perle. Ma questa non è la sola leggenda sulla nascita del Giglio. Si narra infatti che nel Mar Tirreno ci fosse un tempo una maga sirena che possedeva un’infinità di pietre preziose e che le tenesse sparpagliate sul fondo del mare. Ma la maga sirena sapeva che il suo tesoro era a rischio e che sarebbe bastato anche solo un suo momento di distrazione perché qualche malintenzionato potesse rubarglielo. Così decise di fare una magia e fece salire i fondali del mare fino a farli diventare un’isola, proprio in corrispondenza di dove era adagiato il suo tesoro. Era nata così l’isola del Giglio. Editoriale Programma - Francesco Albanese

--JUL 4
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La nascita del Giglio

L'sola Montecristo e il suo tesoro

Montecristo è un’isoletta del Mar Tirreno, di circa 10 Km quadrati di superficie, situata a sud dell’Elba, nel comune di Portoferraio. Montecristo fa parte del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano ed è una riserva naturale. Per questo motivo, l’accesso all’isola non è libero, ma è regolato dal Corpo Forestale dello Stato di Follonica, che ogni anno accetta solo un migliaio di richieste di accesso. Ecco perché, per visitarla, a volte occorre attendere anche alcuni anni. Montecristo è famosa per le leggende da cui Alexandre Dumas ha tratto il suo famoso romanzo Il Conte di Montecristo, leggende legate a tesori nascosti, e a rappresaglie di corsari. Le storie sui tesori hanno radici antiche e parlano di forzieri di monete d’oro sepolti nel monastero di San Mamiliano, un edificio adesso diroccato, nato su un luogo di culto intitolato a Giove, già esistente in età classica. Ma il tesoro di Montecristo non è “fino in fondo” una leggenda. Nel 2004, gli archeologi hanno rinvenuto un tesoro di 498 monete, risalenti al V secolo d.C., proprio nei pressi dell’altare della chiesa di San Mamiliano. L’unico dettaglio che sciupa un po’ la poesia del ritrovamento è che non si tratta della chiesa San Mamiliano a Montecristo, ma di quella a Sovana di Sorano, in provincia di Grosseto. Il tesoro di Montecristo, o di Sovana, se preferite, è esposto al Museo di San Mamiliano di Sovana, insieme ad altri reperti archeologici. Editoriale Programma - Francesco Albanese

--JUL 4
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L'sola Montecristo e il suo tesoro

Isola d'Elba e lo scoglio dell'innamorata

Se il 14 luglio vi trovate a passare da Capoliveri, un delizioso paese situato nella parte sud-est dell’Isola d’Elba, verso le 21 sentirete suonare le campane della chiesa e vedrete la spiaggia dell’Innamorata illuminata a giorno dalla luce di mille torce. Vedrete partire da ”la Piazzarella” di Capoliveri una fiaccolata in costume d’epoca, che si dirige proprio verso la baia dell’Innamorata. Questa suggestiva rappresentazione è la commemorazione del dramma di due innamorati, la cui leggenda racconta di un amore eterno che dura ben oltre il confine della morte. Era il 1534 e due giovani, Lorenzo e Maria, erano ostacolati nel loro amore dalla ricca famiglia di lui. Per questo motivo, si incontravano di nascosto e avevano fatto della Cala del Fero (l’attuale Cala dell’Innamorata) il loro rifugio d’amore. Nel pomeriggio del 14 luglio, Lorenzo arrivò alla spiaggia in anticipo per l’appuntamento con l’amata. Ma mentre attendeva, una scialuppa di pirati, i Saraceni di Barbarossa che a quei tempi razziavano le coste dell’Elba, approdò a riva e catturò Lorenzo. Maria dalla riva vide i corsari che, dalla scialuppa che si allontanava, gettavano in acqua il corpo senza vita di Lorenzo. Capito l’accaduto, Maria si lasciò cadere in mare, desiderosa solo di raggiungerlo, nella vita o nella morte. E fu lì che perse lo scialle (la ciarpa), che rimase impigliato in uno scoglio. Editoriale Programma - Francesco Albanese

--JUL 4
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Isola d'Elba e lo scoglio dell'innamorata

Corliano, il fantasma di Teresa

E restando in tema di ville, ci spostiamo adesso a Corliano, a qualche chilometro a nord-ovest di Cascina, nel comune di San Giuliano Terme. Qui, quello che adesso è uno splendido relais, circondato da un immenso parco curato nei minimi dettagli, era una volta la dimora della bellissima nobildonna Teresa Della Seta Bocca Gaetani. La bella Teresa ci andò ad abitare nel novembre del 1755, quando sposò il conte Cosimo Baldassarre Agostini. A 200 anni dalla morte di Teresa, avvenuta nel 1816, c’è chi ancora racconta di avvertire la presenza di questa anima nostalgica che non è mai riuscita a separarsi dalla sua splendida casa. Tuttavia, la sua presenza non si manifesterebbe in maniera inopportuna e inquietante, con grida che squarciano la notte, piatti che saltano dalla dispensa e sferraglìo di catene. Piuttosto, ancora oggi Teresa si farebbe viva, se così possiamo dire, agli ospiti del relais coi modi che si confanno a una contessa: c’è chi dice di aver visto delle ombre attraversare le sale e poi scomparire, chi dice di aver trovato arredi spostati e chi di aver sentito lievi carezze sul viso. Editoriale Programma - Francesco Albanese

--JUL 4
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Corliano, il fantasma di Teresa

Pisa, le unghiate del diavolo

Sulla fiancata nord del Duomo di Pisa, quella che si affaccia sul Camposanto, su un blocco di marmo di Carrara, all’altezza dello sguardo, ci sono dei fori, una lunga serie di fori verticali al margine destro del blocco. La leggenda racconta che quei fori sono i segni delle unghiate del Diavolo. Invidioso della bellezza della Cattedrale, il Diavolo vi si voleva arrampicare per distruggerla, ma un angelo lo afferrò e lo tirò giù. Cadendo, il Diavolo lasciò i segni delle sue unghie su questo blocco. Se provate a contare più volte le unghiate del Diavolo vedrete che la conta è sempre diversa. Non so se si tratti di un sortilegio o del fatto che i buchi sono veramente tanti e così ravvicinati da rendere quasi impossibile il non imbrogliarsi… Fatto sta che gli studenti pisani che devono sostenere la Maturità, per i cento giorni precedenti l’Esame, vanno in Piazza dei Miracoli, la piazza dove appunto sorge il Duomo, e praticano una serie di rituali scaramantici, tra cui uno è appunto quello della conta delle unghiate. Editoriale Programma - Francesco Albanese

--JUL 4
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Pisa, le unghiate del diavolo

Bagnone, le orge al Castello

Il Castello di Treschietto, fatto costruire nella seconda metà del XIV secolo da Giovanni Malaspina, prende il nome dall’omonimo borgo nel comune di Bagnone. Adesso il castello è un rudere, ma le poche pietre rimaste della maestosa roccaforte sono sufficienti a ricordare i racconti che ad essa sono legati. Tra tutti i Malaspina che hanno governato i vari feudi della Lunigiana, il Marchese Giovan Gasparo Malaspina, signore di Treschietto dal 1616, è ricordato per le sue efferatezze. Oltre a vessare i propri sudditi con azioni spietate e ciniche, era solito invitare al castello giovani vergini, per farle partecipare a dei festini che puntualmente si trasformavano in orge crudeli e che, altrettanto puntualmente, terminavano con sacrifici umani. Ancora oggi, si racconta che le coltivazioni della famosa cipolla di Treschietto, disposte attorno ai ruderi della roccaforte, servano a tenere prigioniera la sua anima tra i confini delle mura. L’anima dannata del marchese crudele si aggirerebbe infatti all’interno dei ruderi e non potrebbe uscire perché respinta dai filari di cipolle. Un’altra leggenda racconta anche che nei sotterranei del Castello sia nascosto un vitello d’oro, cercato da molti sin dal giorno della morte di Giovan Gasparo, ma ancora mai ritrovato. Editoriale Programma - Francesco Albanese

--JUL 4
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Bagnone, le orge al Castello

Castello di Fosdinovo, l’amore di Bianca

La costruzione del Castello di Fosdinovo ha avuto inizio nella seconda metà del XII secolo. Ceduto nel XIV secolo alla famiglia Malaspina, oggi è un museo, una residenza per artisti e scrittori e un centro culturale delle arti contemporanee. La leggenda più famosa legata al Castello, e alla famiglia Malaspina, è quella sulla giovane e bellissima Bianca Maria Aloisa, figlia di Olivia Grimaldi e di Giacomo II Malaspina. La ragazza era perdutamente innamorata di uno degli stallieri di corte. Chiaramente, la frequentazione dello stalliere da parte di Bianca non era ben vista dai genitori. Vistisi ostacolati dalla famiglia di lei, decisero di fuggire, appena Bianca avesse compiuto sedici anni. Successe però che qualcuno che sapeva andò a raccontare al Marchese che la figlia quella sera sarebbe fuggita con lo stalliere. Giacomo andò su tutte le furie e fece chiudere la figlia in un convento. Ma questo non bastò a far cambiare idea a Bianca. Il padre Giacomo la fece portare via dal convento e imprigionare nelle carceri del castello, dove fu torturata. Ma neanche la tortura bastò per farle dimenticare il suo amato. Così il Marchese la fece murare viva nelle segrete del Castello. Dopo qualche anno, la bella Bianca morì. Ma si dice che ancora oggi, nelle notti di luna piena, il suo spirito vaghi per il castello in cerca del suo amato. Editoriale Programma - Francesco Albanese

--JUL 4
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Castello di Fosdinovo, l’amore di Bianca

Borgo Mazzano, il ponte del diavolo

Nei pressi di Borgo a Mozzano, un comune della Lucchesia di poco più di 7.000 anime, il fiume Serchio è attraversato da un ponte: il Ponte della Maddalena. Al Ponte della Maddalena è legata una leggenda, che lo ha fatto conoscere anche col nome di Ponte del Diavolo. Si racconta che il capomastro cui era stata affidata la costruzione del ponte, a pochi giorni dalla scadenza del termine che gli era stato imposto, si rese conto che non ce l’avrebbe fatta. Così, sprofondò in una cupa disperazione. Ma una notte, mentre sedeva da solo in riva al Serchio in cerca di una soluzione, gli apparve il diavolo. «Finirò io di costruire il ponte al posto tuo», gli disse. «Ma in cambio voglio l’anima di colui che per primo attraverserà il ponte.» Il capomastro accettò, e siglò il suo patto col diavolo. Ma la mattina seguente, preso da rimorso, andò da un prete a confessarsi. Il prete gli consigliò di rispettare il patto, e di fare in modo che il ponte fosse attraversato per primo da un maiale. Il diavolo, che seduto sul ponte si pregustava la conquista di una nuova anima, quando si accorse di essere stato ingannato, si inferocì a tal punto da gettarsi nel Serchio e non farsi più rivedere. Editoriale Programma - Francesco Albanese

--JUL 4
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Borgo Mazzano, il ponte del diavolo

Lucca e l'Orto Botanico

Si dice che immergendo la testa nel laghetto dell’Orto Botanico di Lucca sia possibile vedere il bellissimo volto di Lucida Mansi. Lucida era talmente bella e talmente innamorata di sé che amava circondarsi di specchi. Rimasta vedova a 21 anni, non faticò molto a trovare nuovamente marito. Si risposò con Gaspero Mansi, un ricco commerciante di seta, molto più anziano di lei. Durante i viaggi del marito, Lucida amava tenere feste dove si accompagnava con giovani amanti, che puntualmente poi uccideva. Quando un giorno Lucida vide la prima ruga sul suo viso, il mondo le crollò addosso. Ma subito le comparve il diavolo, che le promise altri trent’anni di giovinezza e bellezza, in cambio dell’anima. Per altri 30 anni, Lucida continuò col suo comportamento dissoluto. Fino a che, il 14 agosto 1623, dopo 30 anni esatti dal patto, il diavolo bussò alla porta di Lucida. La donna scappò nel tentativo di salvare la sua anima, arrampicandosi addirittura sulla Torre delle Ore di Lucca, dove provò a portare indietro le lancette dell’orologio. Il diavolo la caricò sulla sua carrozza infuocata e le fece fare il giro sopra le mura di Lucca. La gente, con la testa al cielo, la sentiva gridare dalla carrozza mentre la vedeva invecchiare e trasfigurare. Fino a che, la carrozza non andò a inabissarsi nel laghetto dell’Orto Botanico. Questa è la leggenda. Editoriale Programma - Francesco Albanese

--JUL 4
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Lucca e l'Orto Botanico

Pieve a Nievole, la frase di Dante

Procedendo da Pistoia verso Ovest, dopo Serravalle Pistoiese, su una curva della stradina che da Pieve a Nievole porta a Montecatini Alto, c’è un ponte. Sul muro in pietra del ponte è riportata, in nero sul bianco del marmo, una frase che si dice sia stata pronunciata in quel punto da Dante Alighieri. Era l’inizio del 1302 quando, con un processo farsa, il Guelfo Bianco Dante fu condannato dai Guelfi Neri all’esilio da Firenze. Nel “Libro del Chiodo”, custodito presso l’Archivio di Stato di Firenze, si legge: «Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estortive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia), e se lo si prende, al rogo, così che muoia». Si narra che un giorno, mentre passeggiava proprio su quel ponte, il Sommo Poeta fu trovato da due soldati dei Guelfi Neri, che lo cercavano per arrestarlo e metterlo al rogo, anche se non lo avevano mai visto prima. «Stiamo cercando Dante Alighieri», gli dissero. «Lo avete visto?» «C’era quando c’ero», rispose Dante. Fu così che, dopo qualche attimo di interdizione, perplessi, i due soldati se ne andarono. E Dante, divertito, riprese la sua passeggiata. Editoriale Programma - Francesco Albanese

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La nascita del Giglio

Il Giglio è un’isoletta, di 24 km quadrati, comune a sé stante, nella provincia di Grosseto. Insieme alle altre sei isole (Elba, Capraia, Montecristo, Pianosa, Gorgona e Giannutri) forma l’Arcipelago Toscano. E proprio rispetto a questa caratteristica, dalla notte dei tempi, si tramanda una leggenda sulla sua nascita. Si racconta che la dea Venere stesse facendo il bagno nelle meravigliose e cristalline acque del Mar Tirreno. Ma nell’uscire dall’acqua, dalla collana che le aveva regalato Paride si sfilarono sette perle, ognuna delle quali andò a formare un’isola dell’Arcipelago Toscano. E guardando le isole dall’alto, sembra proprio di vedere una collana di perle. Ma questa non è la sola leggenda sulla nascita del Giglio. Si narra infatti che nel Mar Tirreno ci fosse un tempo una maga sirena che possedeva un’infinità di pietre preziose e che le tenesse sparpagliate sul fondo del mare. Ma la maga sirena sapeva che il suo tesoro era a rischio e che sarebbe bastato anche solo un suo momento di distrazione perché qualche malintenzionato potesse rubarglielo. Così decise di fare una magia e fece salire i fondali del mare fino a farli diventare un’isola, proprio in corrispondenza di dove era adagiato il suo tesoro. Era nata così l’isola del Giglio. Editoriale Programma - Francesco Albanese

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L'sola Montecristo e il suo tesoro

Montecristo è un’isoletta del Mar Tirreno, di circa 10 Km quadrati di superficie, situata a sud dell’Elba, nel comune di Portoferraio. Montecristo fa parte del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano ed è una riserva naturale. Per questo motivo, l’accesso all’isola non è libero, ma è regolato dal Corpo Forestale dello Stato di Follonica, che ogni anno accetta solo un migliaio di richieste di accesso. Ecco perché, per visitarla, a volte occorre attendere anche alcuni anni. Montecristo è famosa per le leggende da cui Alexandre Dumas ha tratto il suo famoso romanzo Il Conte di Montecristo, leggende legate a tesori nascosti, e a rappresaglie di corsari. Le storie sui tesori hanno radici antiche e parlano di forzieri di monete d’oro sepolti nel monastero di San Mamiliano, un edificio adesso diroccato, nato su un luogo di culto intitolato a Giove, già esistente in età classica. Ma il tesoro di Montecristo non è “fino in fondo” una leggenda. Nel 2004, gli archeologi hanno rinvenuto un tesoro di 498 monete, risalenti al V secolo d.C., proprio nei pressi dell’altare della chiesa di San Mamiliano. L’unico dettaglio che sciupa un po’ la poesia del ritrovamento è che non si tratta della chiesa San Mamiliano a Montecristo, ma di quella a Sovana di Sorano, in provincia di Grosseto. Il tesoro di Montecristo, o di Sovana, se preferite, è esposto al Museo di San Mamiliano di Sovana, insieme ad altri reperti archeologici. Editoriale Programma - Francesco Albanese

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Se il 14 luglio vi trovate a passare da Capoliveri, un delizioso paese situato nella parte sud-est dell’Isola d’Elba, verso le 21 sentirete suonare le campane della chiesa e vedrete la spiaggia dell’Innamorata illuminata a giorno dalla luce di mille torce. Vedrete partire da ”la Piazzarella” di Capoliveri una fiaccolata in costume d’epoca, che si dirige proprio verso la baia dell’Innamorata. Questa suggestiva rappresentazione è la commemorazione del dramma di due innamorati, la cui leggenda racconta di un amore eterno che dura ben oltre il confine della morte. Era il 1534 e due giovani, Lorenzo e Maria, erano ostacolati nel loro amore dalla ricca famiglia di lui. Per questo motivo, si incontravano di nascosto e avevano fatto della Cala del Fero (l’attuale Cala dell’Innamorata) il loro rifugio d’amore. Nel pomeriggio del 14 luglio, Lorenzo arrivò alla spiaggia in anticipo per l’appuntamento con l’amata. Ma mentre attendeva, una scialuppa di pirati, i Saraceni di Barbarossa che a quei tempi razziavano le coste dell’Elba, approdò a riva e catturò Lorenzo. Maria dalla riva vide i corsari che, dalla scialuppa che si allontanava, gettavano in acqua il corpo senza vita di Lorenzo. Capito l’accaduto, Maria si lasciò cadere in mare, desiderosa solo di raggiungerlo, nella vita o nella morte. E fu lì che perse lo scialle (la ciarpa), che rimase impigliato in uno scoglio. Editoriale Programma - Francesco Albanese

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E restando in tema di ville, ci spostiamo adesso a Corliano, a qualche chilometro a nord-ovest di Cascina, nel comune di San Giuliano Terme. Qui, quello che adesso è uno splendido relais, circondato da un immenso parco curato nei minimi dettagli, era una volta la dimora della bellissima nobildonna Teresa Della Seta Bocca Gaetani. La bella Teresa ci andò ad abitare nel novembre del 1755, quando sposò il conte Cosimo Baldassarre Agostini. A 200 anni dalla morte di Teresa, avvenuta nel 1816, c’è chi ancora racconta di avvertire la presenza di questa anima nostalgica che non è mai riuscita a separarsi dalla sua splendida casa. Tuttavia, la sua presenza non si manifesterebbe in maniera inopportuna e inquietante, con grida che squarciano la notte, piatti che saltano dalla dispensa e sferraglìo di catene. Piuttosto, ancora oggi Teresa si farebbe viva, se così possiamo dire, agli ospiti del relais coi modi che si confanno a una contessa: c’è chi dice di aver visto delle ombre attraversare le sale e poi scomparire, chi dice di aver trovato arredi spostati e chi di aver sentito lievi carezze sul viso. Editoriale Programma - Francesco Albanese

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Pisa, le unghiate del diavolo

Sulla fiancata nord del Duomo di Pisa, quella che si affaccia sul Camposanto, su un blocco di marmo di Carrara, all’altezza dello sguardo, ci sono dei fori, una lunga serie di fori verticali al margine destro del blocco. La leggenda racconta che quei fori sono i segni delle unghiate del Diavolo. Invidioso della bellezza della Cattedrale, il Diavolo vi si voleva arrampicare per distruggerla, ma un angelo lo afferrò e lo tirò giù. Cadendo, il Diavolo lasciò i segni delle sue unghie su questo blocco. Se provate a contare più volte le unghiate del Diavolo vedrete che la conta è sempre diversa. Non so se si tratti di un sortilegio o del fatto che i buchi sono veramente tanti e così ravvicinati da rendere quasi impossibile il non imbrogliarsi… Fatto sta che gli studenti pisani che devono sostenere la Maturità, per i cento giorni precedenti l’Esame, vanno in Piazza dei Miracoli, la piazza dove appunto sorge il Duomo, e praticano una serie di rituali scaramantici, tra cui uno è appunto quello della conta delle unghiate. Editoriale Programma - Francesco Albanese

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Il Castello di Treschietto, fatto costruire nella seconda metà del XIV secolo da Giovanni Malaspina, prende il nome dall’omonimo borgo nel comune di Bagnone. Adesso il castello è un rudere, ma le poche pietre rimaste della maestosa roccaforte sono sufficienti a ricordare i racconti che ad essa sono legati. Tra tutti i Malaspina che hanno governato i vari feudi della Lunigiana, il Marchese Giovan Gasparo Malaspina, signore di Treschietto dal 1616, è ricordato per le sue efferatezze. Oltre a vessare i propri sudditi con azioni spietate e ciniche, era solito invitare al castello giovani vergini, per farle partecipare a dei festini che puntualmente si trasformavano in orge crudeli e che, altrettanto puntualmente, terminavano con sacrifici umani. Ancora oggi, si racconta che le coltivazioni della famosa cipolla di Treschietto, disposte attorno ai ruderi della roccaforte, servano a tenere prigioniera la sua anima tra i confini delle mura. L’anima dannata del marchese crudele si aggirerebbe infatti all’interno dei ruderi e non potrebbe uscire perché respinta dai filari di cipolle. Un’altra leggenda racconta anche che nei sotterranei del Castello sia nascosto un vitello d’oro, cercato da molti sin dal giorno della morte di Giovan Gasparo, ma ancora mai ritrovato. Editoriale Programma - Francesco Albanese

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La costruzione del Castello di Fosdinovo ha avuto inizio nella seconda metà del XII secolo. Ceduto nel XIV secolo alla famiglia Malaspina, oggi è un museo, una residenza per artisti e scrittori e un centro culturale delle arti contemporanee. La leggenda più famosa legata al Castello, e alla famiglia Malaspina, è quella sulla giovane e bellissima Bianca Maria Aloisa, figlia di Olivia Grimaldi e di Giacomo II Malaspina. La ragazza era perdutamente innamorata di uno degli stallieri di corte. Chiaramente, la frequentazione dello stalliere da parte di Bianca non era ben vista dai genitori. Vistisi ostacolati dalla famiglia di lei, decisero di fuggire, appena Bianca avesse compiuto sedici anni. Successe però che qualcuno che sapeva andò a raccontare al Marchese che la figlia quella sera sarebbe fuggita con lo stalliere. Giacomo andò su tutte le furie e fece chiudere la figlia in un convento. Ma questo non bastò a far cambiare idea a Bianca. Il padre Giacomo la fece portare via dal convento e imprigionare nelle carceri del castello, dove fu torturata. Ma neanche la tortura bastò per farle dimenticare il suo amato. Così il Marchese la fece murare viva nelle segrete del Castello. Dopo qualche anno, la bella Bianca morì. Ma si dice che ancora oggi, nelle notti di luna piena, il suo spirito vaghi per il castello in cerca del suo amato. Editoriale Programma - Francesco Albanese

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Nei pressi di Borgo a Mozzano, un comune della Lucchesia di poco più di 7.000 anime, il fiume Serchio è attraversato da un ponte: il Ponte della Maddalena. Al Ponte della Maddalena è legata una leggenda, che lo ha fatto conoscere anche col nome di Ponte del Diavolo. Si racconta che il capomastro cui era stata affidata la costruzione del ponte, a pochi giorni dalla scadenza del termine che gli era stato imposto, si rese conto che non ce l’avrebbe fatta. Così, sprofondò in una cupa disperazione. Ma una notte, mentre sedeva da solo in riva al Serchio in cerca di una soluzione, gli apparve il diavolo. «Finirò io di costruire il ponte al posto tuo», gli disse. «Ma in cambio voglio l’anima di colui che per primo attraverserà il ponte.» Il capomastro accettò, e siglò il suo patto col diavolo. Ma la mattina seguente, preso da rimorso, andò da un prete a confessarsi. Il prete gli consigliò di rispettare il patto, e di fare in modo che il ponte fosse attraversato per primo da un maiale. Il diavolo, che seduto sul ponte si pregustava la conquista di una nuova anima, quando si accorse di essere stato ingannato, si inferocì a tal punto da gettarsi nel Serchio e non farsi più rivedere. Editoriale Programma - Francesco Albanese

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Lucca e l'Orto Botanico

Si dice che immergendo la testa nel laghetto dell’Orto Botanico di Lucca sia possibile vedere il bellissimo volto di Lucida Mansi. Lucida era talmente bella e talmente innamorata di sé che amava circondarsi di specchi. Rimasta vedova a 21 anni, non faticò molto a trovare nuovamente marito. Si risposò con Gaspero Mansi, un ricco commerciante di seta, molto più anziano di lei. Durante i viaggi del marito, Lucida amava tenere feste dove si accompagnava con giovani amanti, che puntualmente poi uccideva. Quando un giorno Lucida vide la prima ruga sul suo viso, il mondo le crollò addosso. Ma subito le comparve il diavolo, che le promise altri trent’anni di giovinezza e bellezza, in cambio dell’anima. Per altri 30 anni, Lucida continuò col suo comportamento dissoluto. Fino a che, il 14 agosto 1623, dopo 30 anni esatti dal patto, il diavolo bussò alla porta di Lucida. La donna scappò nel tentativo di salvare la sua anima, arrampicandosi addirittura sulla Torre delle Ore di Lucca, dove provò a portare indietro le lancette dell’orologio. Il diavolo la caricò sulla sua carrozza infuocata e le fece fare il giro sopra le mura di Lucca. La gente, con la testa al cielo, la sentiva gridare dalla carrozza mentre la vedeva invecchiare e trasfigurare. Fino a che, la carrozza non andò a inabissarsi nel laghetto dell’Orto Botanico. Questa è la leggenda. Editoriale Programma - Francesco Albanese

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Pieve a Nievole, la frase di Dante

Procedendo da Pistoia verso Ovest, dopo Serravalle Pistoiese, su una curva della stradina che da Pieve a Nievole porta a Montecatini Alto, c’è un ponte. Sul muro in pietra del ponte è riportata, in nero sul bianco del marmo, una frase che si dice sia stata pronunciata in quel punto da Dante Alighieri. Era l’inizio del 1302 quando, con un processo farsa, il Guelfo Bianco Dante fu condannato dai Guelfi Neri all’esilio da Firenze. Nel “Libro del Chiodo”, custodito presso l’Archivio di Stato di Firenze, si legge: «Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estortive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia), e se lo si prende, al rogo, così che muoia». Si narra che un giorno, mentre passeggiava proprio su quel ponte, il Sommo Poeta fu trovato da due soldati dei Guelfi Neri, che lo cercavano per arrestarlo e metterlo al rogo, anche se non lo avevano mai visto prima. «Stiamo cercando Dante Alighieri», gli dissero. «Lo avete visto?» «C’era quando c’ero», rispose Dante. Fu così che, dopo qualche attimo di interdizione, perplessi, i due soldati se ne andarono. E Dante, divertito, riprese la sua passeggiata. Editoriale Programma - Francesco Albanese

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